Artissima è tornata all'Oval Lingotto di Torino per la sua trentatreesima edizione: 183 gallerie da 35 Paesi, un titolo che è già un programma (Fancy: A Flexible, Acrobatic Body) e la sensazione, ogni anno, che il contemporaneo passi da qui prima di andare altrove.
Quest'anno ci sono entrato un giorno prima del pubblico: sono stato invitato alla preview del 29 ottobre da Magnetti Building, Official Partner di Artissima 2026. È una storica realtà bergamasca del Gruppo Grigolin, nell'edilizia da oltre duecento anni, che ha scelto di mettere in dialogo il mondo delle costruzioni con quello dell'arte contemporanea. Per questo non ho girato a caso: ho seguito il loro filo, la VIP Lounge firmata da Edoardo Piermattei con il calcestruzzo Magnetti, poi la visita guidata in fiera, e la sera la cena nello studio dell'artista. Il tema è lo spazio: quello che si costruisce, quello che si abita, quello che si attraversa. Ogni tappa lo racconta a modo suo, e alla fine i pezzi si incastrano.
Un grazie speciale a Benedetta Grigolin, CEO di Magnetti Building, che ha voluto questa giornata. Portare un'azienda che costruisce dentro una fiera d'arte senza forzature, con curiosità vera e con gusto, non è scontato: lei ci è riuscita, e ci ha fatto sentire ospiti più che invitati.
1. Matisse Mesnil — Romero Paprocki · Present Future
Si parte da Present Future, la sezione curata che Artissima dedica ai talenti emergenti: dieci progetti monografici, uno per stand. Qui Matisse Mesnil, nato a Castiglion Fiorentino e diviso tra Francia e Italia, con gli studi a POUSH e a Gate 44, ha costruito una cella di metallo rivettato. Da fuori è fredda, quasi ostile. Dentro, al centro, c'è un'infiorescenza di agave carbonizzata.
L'agave, nella gran parte delle specie, fiorisce una volta sola, e quella fioritura segna la fine della pianta madre. Nascita e morte nello stesso gesto, tenute insieme dal nero del carbone. Lo spazio ti respinge e insieme ti chiama dentro.
Mesnil il metallo lo salda, lo mola, lo graffia: per lui è il materiale per eccellenza, a metà tra artigianato e industria. E non è la prima volta che lo trasforma in un luogo. Al Centre Pompidou-Metz, nel 2025, aveva rivestito d'acciaio pareti e pavimento di una sala, uno spazio che faceva pensare a una grotta o alla cella di una prigione, e chi entrava poteva incidervi il proprio segno. Le sue opere sono pensate per essere vissute con il corpo, e lo si sente: qui chi guarda diventa parte dell'opera.
2. Radenko Milak — Piero Atchugarry Gallery
Da lontano sembrano fotografie in bianco e nero. Ti avvicini, e sono acquerelli. Milak, nato nel 1980 a Travnik, in Bosnia, vive e lavora a Banja Luka e ha costruito la sua ricerca proprio così: prendendo immagini dalla stampa e dal web e rifacendole a mano. La fotografia è rapida e immateriale; l'acquerello chiede tempo, sia a chi lo fa sia a chi lo guarda.
Da qualche anno il suo soggetto è l'architettura, e l'uomo davanti alle grandi architetture. In The Anatomy of Space. Pier Luigi Nervi (2026, acquerello su carta, 50×70) le nervature del soffitto dominano la scena, e le persone sono piccole sagome dietro i vetri. Nel grande tondo The Geometry of Absence / La notte (2026, 140×140) la scala è monumentale, eppure l'effetto è intimo. Allo stand c'è anche Untitled (2025, 50×70).
Non è un nome di passaggio: Milak ha esposto alla 57ª Biennale di Venezia ed è nelle collezioni dell'Albertina di Vienna e del Folkwang di Essen.
3. Arcangelo Sassolino e Salvo — Repetto Gallery
I suoi leitmotiv sono la suspense e la potenza. Sassolino, vicentino, classe 1967, lavora da sempre sul limite della materia: pressione, gravità, il punto esatto in cui qualcosa sta per cedere.
E con Caravaggio condivide la cosa più antica di tutte: la luce. Il contrasto netto tra luce e ombra, la tensione che nasce da lì. Non è solo una mia lettura: alla Biennale di Venezia del 2022 Sassolino ha firmato per il Padiglione di Malta Diplomazija Astuta, che reimmaginava la Decollazione di San Giovanni Battista, la pala che Caravaggio dipinse a Malta nel 1608: gocce di acciaio fuso che cadevano dall'alto in sette vasche d'acqua, una per ogni figura del quadro. Luce viva, un sibilo, poi il buio. Lui stesso l'ha definito un tributo «al genio di Caravaggio».
Sassolino è fortissimo quando lavora in grande, ma anche nelle opere intime come Conseguenze dell'imprevisto (2026, carta e acciaio, 29×37×49): una risma di carta stretta da un morsetto d'acciaio, sul punto di cedere. Una tensione continua, che è anche un pensiero sull'energia.
Lo stand di Repetto si chiama States of Motion, e il titolo dice tutto. Accanto c'è Salvo (1947–2015) con una delle sue lapidi di marmo, Più tempo in meno spazio (1972, 25×36, esemplare 20/20). Sembra scritta apposta per questo percorso.
4. Elisa Sighicelli — Rossi & Rossi
Torinese, classe 1968, una parte dell'infanzia in Brasile e diciassette anni a Londra, dove ha studiato scultura alla Kingston University e poi alla Slade. Da quasi trent'anni Sighicelli usa la fotografia per interrogare la materia stessa delle immagini.
Qui stampa fotografie di sculture classiche direttamente sulla pietra, con stampa UV su travertino, una tecnica che porta avanti almeno dal ciclo Storie di Pietròfori e Rasomanti (Museo Pignatelli, Napoli, 2019). Le venature del travertino entrano nei panneggi e nei rilievi, e la foto torna a essere scultura.
Il curriculum parla da solo: Castello di Rivoli, LACMA, Brooklyn Museum, ICA e MCA di Sydney, diverse personali da Gagosian. Oggi la rappresentano Rossi & Rossi e Galeria Leme di San Paolo.
5. Il finale: nello studio di Edoardo Piermattei
La giornata si chiude nel posto giusto. Piermattei, nato ad Ancona nel 1992, è arrivato a Torino per studiare all'Accademia Albertina e non se n'è più andato. Lavora con cemento e pigmento: parte dai frammenti mancanti degli affreschi della Basilica di Assisi, e riempie quei vuoti. «Le assenze diventano presenze.»
Per questa Artissima ha trasformato la VIP Lounge in Delizie, un giardino ispirato alle ville di delizia medicee, con tre sculture monumentali (Ninfeo, Delizia, Fontana triste) e cinque pannelli di calcestruzzo pigmentato che riproducono le ali degli angeli di Pietro Cavallini. Il calcestruzzo è quello di Magnetti Building, che ha seguito lo studio in tutte le fasi della produzione. Ed ecco chiuso il cerchio del tour.
Il vernissage era a Spelonca, il suo studio e spazio di produzione in Lungo Dora Napoli, a Porta Palazzo: più di 250 metri quadrati che un tempo erano un night club e una chiesa lefebvriana. Le stanze erano immerse nella luce rossa, sotto volte scrostate, con il pianoforte, le opere appese agli scaffali e un grande calendario di gennaio 2026 scritto a mano. Qui l'arte non era più esposta: era abitata.
Il filo di tutto
Il filo è uno solo: lo spazio non è mai neutro. Lo costruisce la materia, che sia acciaio, carta, travertino o cemento, e lo riempie la presenza umana, anche quando resta solo una sagoma dietro un vetro.
Andy